La recensione di Pistol, la nuova serie in sei episodi nel quale il regista Danny Boyle ci racconta la band simbolo del punk britannico.
In tal senso è emblematica la scena in cui il musicista propone una sequenza di accordi di settima e semidiminuiti, mentre Jones li converte in più banali e potenti accordi di quinta ( Mick Jones, ad esempio, dopo alcune prove con Chrissie, le dice che sta creando una band di soli uomini (che poi diventeranno i Clash). Qualcosa in più si sarebbe potuto e dovuto fare sul personaggio di Sid Vicious (Louis Partridge), grande amico di Rotten, che entra nella band sotto pressioni di quest’ultimo. La volontà di scandalizzare a tutti i costi. A differenza di Jones, totalmente manipolato da McLaren che è per lui una figura quasi paterna, Rotten non ha paura di confrontare il potente manager. I precari equilibri interni del gruppo sono il motore pulsante di un treno che è costantemente pronto a schiantarsi, senza paura di portare con sé una generazione intera. Il chitarrista Steve Jones (interpretato da Toby Wallace) trova nella musica il rifugio da una vita caratterizzata da abusi da parte del patrigno e dall’incapacità di ottenere risultati scolastici soddisfacenti. Certo Doyle inserisce degli elementi romanzati che stonano leggermente con la vera storia della band, ma la fedeltà con la quale sono proposte determinate situazioni, e le varie personalità dei protagonisti, sono incredibili. Le svastiche per provocare, le risse, gli sputi e la libertà di poter fare qualsiasi cosa. Insomma Pistol ci racconta un mondo fatto di urgenze espressive e ribellione, e questa è la nostra recensione. La sceneggiatura si basa infatti sul libro biografico di Steve Jones, membro fondatore e chitarrista dei Sex Pistols, chiamato Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol. Un gruppo divenuto eterno e ispiratore per un intero movimento, sebbene con una carriera durata poco più di due anni e testimoniata da un solo album.
I Sex Pistols sono durati poco, ma l'eco della loro musica si sente ancora oggi. La recensione di Pistols, la serie Disney+.
Sydney Chandler e Maisie Williams, non c’è niente di meglio in Pistol, lottano per affermarsi e far valere il loro gusto e il loro punto di vista in un mondo di maschi. Il suo Johnny Rotten sul palco è un concentrato di carisma e intrattabilità, fuori invece, una pigra scrittura lo fa somigliare a un cattivo di James Bond che guarda troppi cartoni animati e finisce per caso a cantare in un gruppo punk. A cominciare da Steve Jones (Toby Wallace), che in Pistol è la cosa che si avvicina di più a un protagonista. L’impressione è che sia un regista valido quanto può esserlo il suo sceneggiatore e la sua sceneggiatura. Pistol copre il triennio 1975-1978, che per i Sex Pistols è il tempo dello shock, dell’oltraggio, dello scandalo trionfale e della caduta. Steve prende in prestito vestiti dalla boutique di Vivienne Westwood (Talulah Riley), che di McLaren è partner commerciale e sentimentale. Pistol è l’intreccio dell’ostinazione di Johnny Rotten a starsene in disparte, della volontà dei restanti membri del gruppo di offrirci la più versione più tranquillizzante possibile (per loro) della storia, dei limiti e dei punti di forza dell’approccio di Craig Pearce e Danny Boyle, delle aspettative del pubblico. Ne deriva che, in mancanza di un focus narrativo più puntuale, Pistol finisca per perdersi in una lunga collezione di aneddoti esemplari che tolgono robustezza alla visione d’insieme. Si trattò, per qualche tempo, di abbracciare il puro caos in opposizione al conformismo e al grigiore della società. Perché al di là dei look agli antipodi e del nichilismo, i Beatles e i Sex Pistols hanno condiviso l’onere e l’onore di pilotare due tra le più autentiche rivoluzioni cultural/musicali della seconda metà del Novecento. Normale che i Fab Four costituissero un bersaglio d’elezione per giovani incendiari con tanto da dimostrare, di qui la girandola di cattiverie e commentacci. Ma è evidente come l’eredità musicale (e non solo) dei Pistols si sia spinta troppo in là per consentirci di catturare, dopo tanti anni, la furia iconoclasta del gruppo nella sporchissima purezza originale.
Intervista a Emma Appleton, Sydney Chandler e Talulah Riley, nel cast di "Pistol", la serie di Danny Boyle, in streaming da oggi.
Chrissie Hynde ha venduto milioni di dischi nella storia della cultura pop e Nancy Spungen è stata una donna incredibile, che ha lasciato il segno», spiega Talulah. A emergere, dunque, non è solo il viaggio nella musica del gruppo, ma anche nell’«umanità» dei suoi componenti. Erano dei ragazzi molto giovani, con le loro paure e le loro difficoltà». Appleton, Chandler e Riley concordano sull’importanza di queste tre donne all’interno della band. «La amo follemente», confessa Appleton, «il rapporto con Sid Vicious era davvero speciale». Ha disegnato il logo e ha avuto un impatto incredibile sulla cultura inglese», spiega. «Di lei mi ha colpito il fatto che sapesse cosa voleva. I musicisti non sono i soli protagonisti della serie, poiché ampio spazio è riservato anche alle figure femminili che hanno influenzato la vita e lo stile del gruppo. Per carpire sfumature ancora inedite della stilista, l’ha incontrata «prima di iniziare a girare ed è stato bellissimo. Prodotta da FX Productions, Pistol è stata creata da Craig Pearce, che ricopre il ruolo di produttore esecutivo, insieme con Danny Boyle, Tracey Seaward, Gail Lyon, Anita Camarata, Steve Jones, Paul Lee, Hope Hartman e wiip. Nella Londra degli anni ’70, dei ragazzi comuni, proletari, in cerca della propria voce, danno il via a una rivoluzione che avrà un impatto non solo sulla musica mondiale, ma anche sulla cultura pop. Nel corso dei 6 episodi, una fotografia dei tre anni di strabilianti successi – e altrettanti dolori – che li hanno resi, da subito, immortali.
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Pistol arriva su Disney+: la trama e i segreti della serie tv incentrata sulla storia dei Sex Pistols, la più importante band punk.
Tra l’altro, per vedere la luce ha dovuto passare oltre una grande battaglia, quella di John Lydon. Nel cast anche una ex star de Il Trono di Spade, Maisie Williams. Scopriamo insieme tutti i dettagli di questa serie destinata a conquistare tutti i fan di questo genere musicale.
Esce su Disney+ Pistol serie diretta da Danny Boyle, dedicata allo storico gruppo dei Sex Pistols, vessillo del Punk più duro e puro. La nostra recensione.
Pistol potrebbe essere una serie divisiva, fra chi la apprezzerà come l’interessante quadro di un momento storico e chi la detesterà perché traccia un ritratto dei protagonisti da cui dissentire (ciascuno ha dei propri idoli una personale immagine). Più di tutti se n’è dimenticato Malcolm McLaren, personaggio assai discusso ma indiscutibilmente geniale, che aveva sempre pensato a rompere gli schemi per conseguire fama e ricchezza, morto però nel 2010 a soli 64 anni. Del resto, non c’è che riguardare il documentario che nominavamo prima, The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, diretto nel 1980 da Julian Temple, per capire il personaggio McLaren, perché il suo gioco era scopertissimo (Cash for Chaos era lo slogan) e la serie TV si adegua a quel punto di vista. Vicious è finito come sappiamo, gli altri hanno continuato carriere diverse, tutti sono comunque usciti dalla povertà e della Rivoluzione si sono dimenticati. Certo la serie mette in scena una propria versione del rapporto fra i vari membri e il manager e della loro rottura, e magari le cose non sono andate esattamente così. Ottimo il cast con facce ben scelte, pescando nell’incredibile riserva di giovani attori che ha a disposizione il mondo anglosassone (ma sembra ce l’abbia chiunque, tranne l’Italia). Vicious ha la bella faccia di Louis Partridge (era nella serie I Medici). Splendida colonna sonora, composta da pezzi dei Sex e da canzoni di Bowie, T-Rex, Otis Redding, Alice Cooper, Elvis, Stooges, Who. I ragazzi si conoscono tutti ruotando intorno al negozio di abbigliamento di Vivienne Westwood e del marito Malcolm McLaren a King’s Road e da lì iniziano le esibizioni. Questo nuovo trattamento, tratto dall’autobiografia del primo membro del gruppo, il chitarrista Steve Jones, Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol, è stato scritto da Craig Pearce (a fianco di Baz Luhrmann in tutti i suoi film fino a oggi, Elvis compreso). Nel 1977 il loro stravolgimento di God Save the Queen fu considerato un vero attacco alla monarchia e al nazionalismo (ottuso) di molti inglesi. Il nome che più di altri è diventato bandiera del movimento è stato quello dei Sex Pistols.
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Il concetto di un gruppo di studenti universitari disadattati che si imbattono nella vita è ricco di possibilità e ha un sapore di verità nascosto tra una risata e l'altra. La confusione del pubblico è tanta ma il regista tiene a precisare che il suo lavoro sia stato costruito in un percorso durato anni e che l'idea che "Bones and All" sia legato alle accuse nei confronti di Armie Hammer sia solo frutto di diverse speculazioni. Luca Guadagnino ha avuto da ridire sulle persone che continuano a tirare in ballo le presunte fantasie sessuali cannibali di Armie Hammer quando si parla del suo film horror coming-of-age "Bones and All". Altri personaggi di ritorno come Chozen, il principale rivale di Daniel in "The Karate Kid Part II", avranno un ruolo significativo nella prossima stagione. È la storia di una band di ragazzini della classe operaia, rumorosi e senza futuro, che ha scosso l'establishment noioso e corrotto fino al midollo, ha minacciato di far cadere il governo e ha cambiato la musica e la cultura per sempre. Nei sei episodi si parlerà di una rivoluzione del rock and roll che vede al centro la band inglese.
Quando esce Pistol serie tv su Disney+? Scopri qui i dettagli sull'uscita della serie evento FX sul leggendario chitarrista Steve Jones.
Quante sono le puntata di Pistol serie tv? Chi troviamo nel cast principale di Pistol serie FX? Ha inizio l’esilarante ed emozionante viaggio alla scoperta di una delle band più iconiche e imprevedibili del panorama musicale: i Sex Pistols.
Arriva su Disney+ la miniserie che racconta la nascita e l'implosione della band inglese. Ingredienti: musica, Vivenne Westwood, gli anni Settanta e battute ...
La colonna sonora di artisti come Bowie, i Pink Floyd e The Who insieme a un irresistitibile umorismo non riescono, tuttavia, a ovviare la domanda più importante: la serie è davvero riuscita a scavare nell'anima dei Sex Pistols o si resta sulla superficie? Perennemente divisa tra sentimentalismo e nichilismo, la serie naviga a vele spiegate fino a quando i Pistols non arrivano al capolinea, ossia alla droga, agli Stati Uniti, Il racconto parte dalla biografia del chitarrista Steve Jones, con Jonesy (Toby Wallace) - lo stesso Steve Jones -, che dopo un'infanzia traumatica mette le basi di una band che mette in discussione il consumismo per dare voce ai bassifondi.
La monarca fu abile a intercettare il cambiamento del gusto coi Fab Four, ma divenne poi il bersaglio preferito della contestazione punk. Per finire...
Un amore che non risorgerà nel decennio successivo (gli Smiths arriveranno addirittura ad immaginarsi una Regina, precocemente, morta in «Queen is Dead») , dove semmai sarà Lady Diana, appassionata di fatto e non solo di forma, ad avere rapporti con le popstar e andare ai loro concerti. I Sex Pistols e il punk in generale si ribellano a questo dogma e la Regina che di quel classismo è, per loro, la rappresentazione più plastica, diventa il primo bersaglio. È l’idillio degli anni’60 che termina brutalmente con la crisi economica e la disoccupazione galoppante del decennio successivo, con il classismo dominante che vuole l’operaio figlio di operai.
Nell'Inghilterra depressa degli anni Settanta i Sex Pistols sconvolsero la nazione con un brano dissacrante e provocatorio: l'attacco più duro di sempre ...
Al trionfo nelle classifiche seguirono infinite polemiche per il testo della canzone che accostava la Regina e la monarchia ad un regine fascista. Così quando i Sex Pistols, icone assolute del punk made in England, pubblicarono il 45 giri di God Save The Queen, l'Inghilterra rimase scioccata. C'è una canzone God Save The Queen, che non ha nulla a che fare con l'inno inglese, che fotografa gli anni Settanta in Inghilterra.
Siete in lutto per la morte della Regina Elisabetta II, ma cercate un modo per distinguervi sui social invasi da "God Save The Queen"? Ecco un aiuto.
Probabilmente è ancora la versione migliore da ascoltare. Non sarebbe meglio postare una cover di God Save The Queen, possibilmente a tinte metal, o qualcosa per farvi notare in questo momento difficile? Postatelo pure, ascoltatelo e ammirate quando sia fresco ancora oggi, 45 anni dopo la sua incisione.